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Blue Monday – Impariamo ad essere felici

 “L’aspetto delle cose varia secondo le emozioni, e così noi vediamo magia e bellezza in loro, ma in realtà magia e bellezza sono in noi”.

Kahlil Gibran

Kahlil Gibran con questa sua affermazione mi insegna che ogni situazione è neutra, siamo noi che la carichiamo di “senso”. Credo che una buona parte di noi esseri umani sia consapevole dell’importanza delle emozioni, soprattutto quelle spiacevoli come la tristezza, dell’importanza di comunicare, dell’importanza di sforzarsi di stare nella sofferenza il tanto giusto per entrare in contatto con sé stessi, migliorarsi e diventare il sostegno necessario a chi sperimenterà la sua stessa difficoltà.
Tutto dipende da come decidiamo di vivere.

Ci sono giorni in cui ho la sensazione di poter realizzare l’impossibile e momenti in cui mi manca completamente l’energia e mi sento triste. C’è qualcosa che non va? No. Affatto. Capita a tutti. Personalmente la prima cosa che mi chiedo è: “quanto tempo voglio stare male”? Ho sperimentato che questo stato d’animo può essere una tortura se prolungata troppo oppure può viaggiare in noi, limitarsi al tempo in cui: entra, lascia il suo invito a dare “Senso” e poi riparte. Dipende da me.

È inevitabile alcune volte sentirsi tristi. Ma se mi focalizzo sulla sua funzione adattiva, la tristezza mi permette di “tornare” nell’unico stato in cui ho il potere di decidere, di cambiare il corso degli eventi: lo stato di consapevolezza del “qui e ora”. È questo l’approccio più strategico e funzionale.

Ascoltare le emozioni è fondamentale. Aprirsi alle emozioni, sperimentarci come esseri umani proprio sul posto di lavoro, con le persone che lavorano al nostro fianco ogni giorno, può essere una grande opportunità per la nostra vita. Perché? Nel caso della tristezza, quando siamo a casa, da soli o in famiglia, spesso indugiamo anche quando il dolore è già passato. Rimaniamo intrappolati in un loop di pensieri sul passato, preoccupazioni per il futuro, che ci impediscono di vivere nel presente. Ma quando lavoro con te, quando lavoriamo insieme, io devo esserci! Tu che lavori al mio fianco, diventi il mio sostegno anche inconsapevolmente. La tristezza spesso attiva atteggiamenti pro-sociali, e tu che hai bisogno della mia collaborazione per realizzare i nostri progetti, mi chiedi con il tuo atteggiamento: “Stai qui! Adesso. Con me!” Ci viene richiesto di essere presenti, di vivere ogni istante ADESSO, per questo diventa difficile indugiare sulla nostra sofferenza per troppo tempo.

Per gestire la tristezza in ambito lavorativo esistono specifiche strategie, che ci consentono di passare da un setback (evento negativo) a un comeback (rinascita):

Gestire la nostra emozione per evitare la nostra esclusione sociale al lavoro, fare chiarezza su ciò che è accaduto durante l’evento negativo alla base della nostra emozione, parlare con qualcuno per entrare più in profondità e reinterpretare l’evento scatenante, offrirci una nuova valutazione dell’evento recuperando la nostra consapevolezza emotiva e un nuovo e migliore stato d’animo. Una delle strategie più semplici e divertenti la ritroviamo in un famoso esperimento, fatto alla fine degli anni ‘80 da un gruppo di ricercatori (Strack, Martin, & Stepper, 1988), a favore della teoria del “feedback facciale”. Questo esperimento vuole confermare che le espressioni facciali possono fornire informazioni propriocettive, motorie, cutanee in grado di influenzare il processo emotivo. Per creare le risposte facciali appropriate, ad un gruppo di soggetti era stato chiesto di tenere una penna con le labbra, ad un altro con i denti e ad un ultimo gruppo con la mano. I ricercatori ritenevano, in particolare, che tenendo la penna con i denti, si sarebbero contratti i muscoli degli occhi e della bocca stimolando l’attività muscolare associata al sorriso. A quel punto i soggetti dovevano guardare dei cartoni animati giudicando quanto fossero divertenti. Secondo questo esperimento, sembrerebbe che la tensione di determinati muscoli facciali (come i muscoli zigomatici, necessari per sorridere) venga interpretata dal cervello come un motivo per essere felici e di conseguenza ci faccia percepire gli stimoli esterni come più divertenti. Iniziamo da qui ad essere felici! Provare per credere!

Articolo di Sara Cacciuto